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venerdì 19 dicembre 2008

Tradizione di Natale II


Il ciclo d'inverno anche chiamato i dodici giorni dura dal soltizio d'inverno (21 dicembre) fino al giorno dell'epifania è quello che reggi nella Galizia, oltre a essere l'inizio dell'anno liturgico, é caratterizato dalle ceremonie natalizie precristiane tramandate da secoli che sono celebrate in un intorno familiari e domestico, tra cui si trova: Il Ceppo di Natale (Cepo do Nadal), c'è un'antica referenza nella costituzione numero 6 del sinodo del 1541 scritta da Antonio de Guevara in cui ne considera un rito diabolico e gentilesco e invita a scomunicare tutti quei che lo praticono.Tuttavia questa tradizione di buttare un grosso pezzo di legno al fuoco è in vigore e universale, ad esempio la cultura anglossasone ha o aveva l'abitudine di brucciare "the yule log" (no il dessert per carità) lasciandolo ardere dalla notte del 24 Dic fino all'epifania, ovvero il popolo basco che incenerisce diversi legni dei quali uno è di grande dimensione che lo tirano fuori il giorno di capodanno e tutta la famiglia lo balza sopra dicendo "rogna fuori", quindi questo rito può avere un'origine di purificazione e le cui cenere servono da guarigione di certe malattie ad esempio la febbre. Forse anche l'appendere luci sull'albero di natale abbia qui la sua origine.

Alcuni folcloriste attribuiscono questa esaltazione del fuoco alla credenza che il giorno di natale l'intorno familiare era visitato dall'anime dei loro esseri ormai scomparsi, perciò bruciavano più legno del solito e altri dicono che l'ignizione del legno doveva durare tutto l'anno, cioè, doveva essere acceso tutti i giorni se pur si spegnesse con lo scopo di accendere il legno dell'anno seguente ovvero accenderlo i giorni cattivi per scongiurare il male.

Insomma nella mitologia galiziana il Fuoco è considerato proprio come un dio, un essere con coscienza, e se gli guarda come dispensatore di benessere, il vincitore delle tenebre e del male, perciò non deve mancare a casa, la seconda caratteristica del fuoco, leggasi ceppo di Natale, sono le sue virtù magiche, anzi le sue cenere sono conservate a talismano e persino sono usate come concime nel campo. Oggi però il tizzone è diventato una candela.

martedì 16 dicembre 2008

Tradizione di Natale I

Una figura mitica del Natale galiziano, un po' dimenticata, si chiama *O Apalpador*. Tradizione precristiana delle comarche d'alta montagna di O Caurel e Os Ancares che ha un stretto rapporto con altri miti europei quali lo Olentzero basco, il Babbo d'inverno, Zio anno nuovo o il proprio Babbo Natale, cioè, ha le stesse caratteristiche apotropaiche come annunciatore di fortuna e protezione. Questo gigante montanaro d'aspetto burbero e di mestiere carbonaio(gz.:carvoeiro) e cacciatore di cinghiali di cui si alimenta indossa zoccoli, basco e giaccone rammendato abita negli alti pascoli e nella notte della vigilia di capodanno ne scende ai villaggi col proposito d'introdursi nelle camere da bambini poveri a palpare le loro pancine controllando se vivono ben nutriti e se ne va lasciondogli una manciata di caldarroste per l'anno venturo e come ricordo della sua visita.

giovedì 20 novembre 2008

Testoni

Oggigiorno il villaggio di Carril è un rione di Vilagarcia de Arousa(PO), ma fino all'anno 1913 fu proprio un comune e di quello si consevano ancora certe feste e tradizioni, com'è il caso della *Comparsa dei Giganti e Testoni* una ben accurata tradizione, difatti, questi figuroni costrutti all'incerca del 1870, forse da artigiani locali, stanno in ottime condizioni e le loro veste e addobbi(gz.:alfaias) sono arrangiate regolarmente. Ci sono 5 pupazzi enormi(gz.:cabezudos) fatti di legno, calcina, cartapesta e cuoio: il Re, la Reggina, la Negrita, il Pappamosche che ha un dispositivo il quale gli fa aprire e chiudere il muso, e il Poliziotto che può muovere gli occhi tramite un meccanismo guidato dal portatore ed è liggero in grado di rincorre i bambini per spaventarli.
Anche se escono in diverse festività la principale, dove sono i veri protagonisti, è quella che si tiene alla ricorrenza di San Fidel la prima domenica dopo il 25 luglio, partano quindi dal porto insieme agli zampognari percorrendo durante due ore le viuzze stipate di ragazzini accompagnati dai loro genitori e nonni che sono i bersagli delle loro rincorse e battute, soltanto si fermano in certi luoghi da rifocillarsi e danzare la Muñeira. Insomma un chiasso di singhiozzi, grida e risate in questa festa spaventosa.

venerdì 14 novembre 2008

Fra Castagneti

Come al solito quando arriva la festività di *San Martiño*(11Nov.) per tutta la Galizia si celebra la tradizionale festa chiamata *O Magosto* la cui origine etimologica può essere Magnus Ustus(gran fuoco) o Magum Ustum(fuoco magico) , ma per festeggiarla, per lo più nei monti tra gli amici bisogna attingersi di castagne per fare le famose caldarroste perché un rito per esaltare il bosco, la vita, la amicizia e insomma la nostrana cultura.
Ma andiamo per ordine primo dobbiamo recarci ai castagneti(gz.:soutos) per raccogliere le castagne sgusciate e sdraiate per terra, poi battiamo il castagno con un lungo bastone(gz.:vara) affinché calino giù i ricci, ma fare attenzione i ricci si raccolgono con delle pinze chiamate fustes. Dopo avere la sporta piena di castagne dobbiamo smistarle quelle grandi saranno per il nostro consumo e le piccole e avariate per il bestiame in seguito portiamo i ricci agli affumicatoi(gz.:sequeiro o canizo) che sono costruzioni tradizionali in pietra a secco situate proprio al centro dei castagneti in cui i ricci, stese su un graticcio in legno, vengono sottoposti ad un trattamento di essicazione durante una o due settimane, per dopo fare la pigiatura(gz.:pisadura) a scopo di sgusciarne, in alcuni luoghi utilizzano un tipo di setaccio su cui versano i ricci faccendoli saltellare perché le buccie cadano, questo processo rende la castagna più soda e secca da conservarla durante tutto l'anno. Oggigiorno noi le compriamo già pronte per arrostirle, solo bisogna raccogliere il legno per preparare il braciere ed è anche una buona occasione per assaggiare il vino giovane, oppure restare a casa preparando:



Ci occore: 1/2 Kg di Castagne; Anice; 3 Albume; 1 Tuorlo; 150gr Zucchero; 150gr Burro; 1 Cucchiaino di Rum; 150gr Farina; 1 Cucchiaino di Lievito.

Prima di tutto dobbiamo fare le cadallesse, cioè, mettere le castagne con un piccolo taglio a lessare in una pentola con dell'acqua e anice durante mezz'ora, poi si sbucciano e tritano col frullatore.
In un altro recipiente si fa montare a neve gli albumi con dello zucchero, come al solito.
In un altro recipiente si mescola i tuorli con il resto dello zucchero, aggiungendo il burro e alla fine il rum, poi a questa mescolanza si va aggiungendo, a poco a poco, per primo le castagne tritate, la farina, il lievito e alla fine si buttano gli albumi montati; Sempre mescolando bene nella stessa direzione e con dei movimenti avvolgenti, dopo si versa la amalgama nelle forme di carta o di metallo spalmati con del burro senza riempirli fino all'orlo.
Si mettono le forme al forno preriscaldato durante 15-20 minuti a 170 ºC e dopo le si lascia raffredare. Buon Appetito!.

giovedì 6 novembre 2008

Racconti da Muxía


Il Pellegrinaggio a San Jacopo di Compostella e in particolare il suo prolungamento a Fisterra e Muxía in provincia di Coruña sta vivendo la sua epoca dorata.
Dei pellegrinaggi fino alla fine del mondo ci sono diversi racconti scritti da secoli e in molti furono fatti dai pellegrini stranieri che visitavano la Galizia, quindi il Centro Italiano di Studi Compostellani di Perugia tutelato dal riconosciuto studioso del mondo Jacopeo: Paolo Gaucci von Saucken ha riedito un libro del pellegrinaggio che il francescano Gian Lorenzo Buonafede Vanti fece a Muxía i primi anni del XVIII secolo, questo volume è stato diretto da Guido Tamburlini. L'umanista Buonafede Vanti professore di teologia a Bologna pellegrinò tra il 30 aprile del 1717 e il 4 maggio del 1718, un anno durante il quale scrisse 12 lettere ad un suo amico raccontandogli con dovizia di particulari i luoghi per cui passava, rilevando l'importanza del culto alla *Virxe da Barca* a Muxía in una piccola e rovinosa cappella in cui i poveri fedeli che ci assistevano erano contadini, marinai e donne che vendevano pizzi al tombolo alla porte del tempio.

Questa venerazione si puó considerare, come in altri casi, una cristianizzazione d'un culto antico giacché la situazione del santuario su un capo affacciato all'Atlantico ci porta a ragguagliare l'antiche credenze dell'isola del paradiso con la credenza medievale sull'aldilà, da dove vengono i santi sorcando l'oceano su barche di pietra.
Comunque la leggenda ci racconta che l'Apostolo Santiago, nel suo pellegrinaggio per queste terre, si sostò a Muxía per predicare e supplicare al Signore che fermasse l'ostilità tra i popoli, laddove vide venire la Vergine su una barca di pietra guidata dagli angeli, comunicandogli il successo delle sue preghiere e chiedendogli il suo ritorno a Gerusalemme, in gratitudine l'Apostolo fece erigere un altare in un grotta sotto le roccie lì vicine. Di tutto questo lo attestano le tre pietre sacre che ciascuna ha un suo rituale: *A Pedra dos Cadrís(it.:reni)* che simboleggia la barca, *A Pedra de Abalar(it.:dondolare)* ch'è vela e *A Pedra do Temón* ch'è timone.

giovedì 30 ottobre 2008

Alzatevi e andatene



Ogni terza domenica di settembre alle dieci del mattino parte, di solito, dalla chiesa di Santiago da Pobra do Deán sita nel villaggio di A pobra do Caramiñal (C), una delle più strabilianti processioni della Galizia che raduna oltre 40mila persone tra devoti, offerenti, accompagnatori e curiosi, si chiama il corteo delle sindoni(gz.: das mortallas) ovvero la *Festa do Divino Nazareno* santo onorato dai molti fedeli suoi che vedendosi alle porte della morte sono riusciti a scamparsi grazie alla sua mediazione.

Un lungo corteo di oblatori o risuscitati indossando sai(gz.:saios) viole stretti con una cordicella e candela in mano, immitando così l'immagine del santo, vanno ciascuno dietro la sua bara(gz.:ataúde o cadaleito) (in affitto) portata da quattro familari e accompagnato dagli amici e vicini, poi percorrono le viuzze del paese dietro l'immagine di *Noso Pai Nazareno*. I bambini anche partecipano con veste e bare bianche, altri penitenti vanno scalzi portando il cero ringraziandogli i favori recivuti nella vita.

Questo rituale di risorgimento, insieme a quello che si fa a Ribarteme(PO) il giorno di Santa Marta (29Luglio) sono gli unici riti del genere che si fanno nella Galizia, è un atteggiamento rispettoso e familiare nei confronti della morte propria della filosofia tradizionale galiziana a differenza d'altre culture che possono considerarla macabra. Questa sagra servì di spunto a Ramón Mª Valle-Inclán per scrivere *Viana del Prior*.

Questa manifestazione religiosa risale al XV-esimo secolo quando, secondo la leggenda, il villaggio era governato da Xoán de Liñares che non mancava a nessuna sagra in rappresentanza della sua carica, ma un anno alle vigilie della festa gettò in una grave malattia e decise di conservare la sua vita affidandosi al Nazareno, pregandogli di scamparsene e di rimandare il fin di vita. Allo stesso tempo nel villaggio si fermarono dei banditi, assaltatori di cammini, che dopo aversi dichiarati colpevoli dei reati furono condannati a pena di morte. Però il Nazareno esaudì le preghiere del sindaco, tanto aveva già la bara e la sindone che chiese ai quattro pregiudicati di portare la sua bara in corteo insiguiti da lui con un gran cero in mano. Alla fine della processione e all'atrio della chiesa l'oblatore fece graziare i malviventi.

martedì 14 ottobre 2008

La Tenzone Galiziana

A Regueifa è una particolare manifestazione artistica della Galizia, genuina espressione della poesia popolare galiziana che si tramandò dal medioevo, ma che oggi è condannata a svanirsi se non ci prendono misure da non mozzare gli ultimi *Regueifeiros* chiamati nei paesi baschi *versolari*. Consiste in una contesa verbale per lo più tra due interlocutori, i quali esponendo tesi diverse, costruiscono a battute alterne un componimento in verso, cioè, un'improvvisazione orale. In italiano si può nominarla Tenzone che era un genere poetico della letteratura medievale.
La Regueifa anticamente stava stesa lungo la costa galiziana dalla Ria de Muros e Noia, Costa da Morte qui alcuni studiosi considerano le miniere di volframio a Varilongo (Santa Comba) il focolaio della regueifa nel secolo XX , fino al golfo d'Ártabro, ma la si poteva sentire nell'entroterra, in alcune zone della provincia di Lugo ovvero nei dintorni di Santiago, ma rimane soltanto oggi nella comarca di Bergantiño proprio come un segno della sua identità, anzi l'importanza che avevano questi stornelli, cantiche, cantastorie servirono a spunto nel risorgimento della lingua galiziana che si possono evidenziare ad esempio in "Cantares Galegos" di Rosalia.
La Regueifa, però è una parola d'origine araba che fa referenza ad una piccola pagnotta (gz.:bolo) fatta con farina di grano, uova, zucchero e strutto somigliante alla Bica di Trives che veniva disputata dai cantanti e danzatori nelle feste di nozze, dunque era un trofeo consegnato dalla sposa ai vincitori per essere spartito tra gli scapoli dell'invito, in altri casi la pagnotta era un dono (gz.:gabanza) della famiglia degli sposi a coloro che venivano alla baldoria, senza essere invitati, a cantare buoni auguri altrimenti si passava a recitare insulti. Così questo cibo diede il suo nome alle sfide rimate di durata ilimitata che si tenevano nei banchetti di nozze, improvvisazioni di tematica diversa dallo festivo, critico persino allo ferente. Sono strofe di quattro versi (quartina) di otto sillabe (ottonario) in cui rimano il secondo col quarto (rima alternata) e potevano essere eseguite al massimo da sei cantanti.
Queste gare verbali, all'inizio del XX secolo, persero i suoi vincoli con la celebrazione nuziale conquistando trattorie, recinti da festeggi, incontri culturali e celebrazioni d'ogni tipo, ma il trofeo anche mutò, dalla pagnotta si passò alle monete e in alcuni casi era invece sostituita da una gran abbuffata (gz.:lupanda) sentirsi un rimatore vincente, però, era il pregio più desiderato e soddisfacente, perché essere *Regueifeiro* oltre avere un dominio tematico, letterario e musicale bisogna sapere molto della vida del contendente o dei presenti che saranno il bersaglio delle sue armoniose battute sparate con una straordinaria agilità mentale.

giovedì 18 settembre 2008

Tra Giganti e Ciclopi

Nella mitologia galiziana possiamo trovare o almeno sentire parlare di certi esseri e personaggi di grandi proporzioni come è il caso dell' *O Olláparo* anche chiamato *Ollapín*, gli Olláparos sono ciclopi, cioè, hanno un solo occhio sulla fronte, anche se alcuni lo hanno anche nella collottola che causano il malocchio , queste creature di carattere grezzo vivono in grotte delle foreste, e gustano inghiotire persone e volatili a portata di mano di solito sposano le *olláparas* grandi, temibili come loro, ma anche governanti e le si attribuisce la cattiveria indotta sui loro mariti per commettere certi fattacci.
Esistono anche i *Xigantes* che per le loro dimensioni spaventano, ma invece sono burberi, fragili e mansueti da convercerli. Il principale lavoro che svolgono consiste in sotterrare tesori, portare enormi massi(gz.:penedos) da qua a là, ammucchiare terre per formare poggi(gz.:outeiros) e fare i solchi per cui devono scorrere i fiumi, ma tutta questa sfacchinata è ingiunsa da altri piú malvagi che se ne infischiano di quello che fanno loro. Questi Xigantes nei loro tempo di spasso giocano a lanciarsi e scagliarsi massi da una distanza di 3 km.
La leggenda mitologica più famosa che ha come protagonisti dei giganti è quella che narra la nascita della città di Coruña (Crunia) che quest'anno festeggia gli otto centenari di vita.
Coruña quando era un'isola aveva a capo il gigante Breogán che mandò a costruire al di lá del mare una torre che servesse di sorveglianza e di referimento ai naviganti. Un giorno da quella vedetta Ith, figlio di Breogán, vede in lontanaza una terra verde e chiese a suo padre di andar a riconocerla. Dopo Ith, che ci si inoltrò e mai ritorno per non obbedire suo babbo di non scavalcare del suo cavallo, i suoi fratelli percorsero lo stesso cammino e da allora tutti i popoli della sponda atlantica d'Europa siamo fratelli. Molti anni dopo quando non aveva traccia di quel torrione, arrivò a quell'isola navigando sulla sua coppa d'oro un altro gigante greco chiamato Hércules (it.:Ercole) col proposito di rubare il bestiame d'un altro gigante di tre corpi e tre teste di nome Xerión. Sull'isola litigarono durante quattro giorni senza sosta finché Hércules riuscí a mozzargli le teste d'un solo colpo, poi le seppellì e sorpra esse eresse il conosciuto torrione-faro di Hércules.
La popolarità di questo mitologico combattimento ha fatto che dal XVI nello stemma della città apparisse anche la testa di Xerión insieme alla Torre di Hércules appunto in un manoscritto conservato nell'archivio comunale datato 1552 nel quale l'Imperatore Carlos I ordinò aggiungere la giurisdizione di Bergantiños al comune di Coruña, inoltre di questa epoca si conservano i due più antici blasoni della città cesellati in pietra che originariamente rappresentavano la testa coronata di Xerión, ma poi sul XVII secolo la testa era sostituita da un teschio e ossa.
Insomma la storica battaglia tra i giganti è troppo antica e piena di elementi raccolti da precedenti leggende e tradizioni che risalgono all'epoca castreña o romana, la versione definitiva la fornisce il Re Alfonso X il saggio nel suo volume l'Historia de España scritto nel 1270-74 e dice così:

"C'era un re poderoso in Esperia (Penisola iberica) che la dominava dal Tajo al Douro(Duero) chiamato Xerión, un gigante molto forte, in modo che conquistò questo territorio alla forza e con questa costringeva agli abitanti di daziargli la metà di tutto quello che possedevano altrimenti venivano ammazzati, e per questo Xerión era detestado per tutti, e quando seppero l'avvento di Hércules, che perteneceva al linaggio dei giganti, ma d'anima bensì piatosa, gli chiedero soccorso in cambio di tutta la loro terra. Hércules gradito dalla proposta intraprese l'impresa e quando Xerión lo seppe si spostò con la sua truppa (gz.hoste) ad un posto disabitato(gz.:ermo) e dopo aver vinto e costruito la torre-faro sulle ossa di Xerión, Hércules ordinò abitare quelle terre e scrisse i nomi di tutti coloro che ci si recarono e la prima persona in arrivare fu una donna chiamata Crunia"
P.S. Gli unici olláparos giganti che ho visto finora nella Galizia sono questi facendo spaventi con i suoi bracci.

domenica 22 giugno 2008

La nottata di San Gianni (Xoán)

Questa notte dal 23 al 24 giugno mette in manifesto che la Galizia sono due: quella vera che la viviamo ogni giorno e quella mistica, incantata e piena di leggende e usanze popolari in cui ogni masso, ruscello, stagno o foresta ha un suo racconto oralmente tramandato da secoli.
La vigilia di San Gianni è fuoco, in Galizia si ha l'usanza di accendere falò (gz.:Cachela, fogueiras, lumeiradas) ovunque situati all'aperto siano in appezzamenti, agli incroci di cammini ovvero in un alto sotto le stelle di questa notte magica, avvampati dalla materia vegetale raccolta i giorni precedenti dai giovanotti del luogo, ogni rione ha il suo, e una brigata di paesani senza distinzione d'età si radunano attorno le fiamme facendo un girotondo(gz.:roda,troula) spassando la notte danzando e abbuffandosi di sarde o babecue, ma anche li si devono saltar o scampare il fuoco un numero dispari di volte per lo più tre, rituale che ha molti significati ad esempio: le nubili devono saltarci accompagnate da cantici se vogliono trovare marito.
È anche terra e mare, alla spiaggia della Lanzada(PO) le donne infeconde(gz.:marondas) devono giacere accanto il suo marito la magica notte sul masso che è ai piedi dell'eremo di Nosa Señora da Area conosciuto come la culla(gz.:berce) della Santa e poi dopo aver consumato il rapporto sessuale lei deve scendere al mare e lasciare che nove onde accarezzino o sbattano il suo grembo, finora, infertile.
È anche acqua e flora, in Galizia l'acqua si usa al mattino di San Gianni per rituali purificatori del corpo ad esempio gli affetti di rogna devono recarsi presso l'eremo della Lanzada e rotolarsi nudi sul suolo bagnato dalla rugiada calata durante questa notte magica se vogliono guarire. Al mattino di San Gianni l'acqua delle fontane hanno anche dei poteri curativi, chiamata la *flor da agua* è quella attinta d'una fontana, cangiante dai primi raggi del sole appena spuntato, sino il malocchio si respinse con l'aqua della fonte di Bexán a Cambados. Le piante sono anche un'elemento nelle tradizioni di San Gianni che ha anche un rapporto con l'acqua, leggasi rugiada, in effetti ancora oggi è costume lavarsi la mattina di San Gianni con l'acqua decotta a base d'erbe e fiori che solitamente sfiorano col solstizio d'estate come il finocchio bastardo; malve o digitali(gz.:sanxoáns), raccolte durante la notte o le prime ore del mattino, per prottergersi dal malocchio e contro gli ammaliamenti.

martedì 10 giugno 2008

Pieghevole (leaflet) XVI: Museo do Encaixe


In 1996 prese via un anelato progetto che il comune di Camariñas voleva avverare, il centro museale dedicato ai tradizionali merletti della costa da morte, il lavoro artigianale tramandato in forma inalterabile da nonne a figlie: gli *encaixes de bolillos*. Il museo nacque col proposito di recuperare e diffondere la tecnica di ricamare al tombolo non solo per il suo valore culturale bensì per l'importanza economica che indurre sulla comarca di terre di soneira mostrandoci una gran raccolta di vecchi pizzi e disegni in cui sono presenti non solo quelli giunti da Camariñas ma da altre parti del mondo datati dal XVI secolo all'attualità, inoltre al museo si esibisce delle teche assortite dai diversi attrezzi e strumenti usati in questo tipo d'artigianato come i cuscinetti su cui si fa il ricamo, i cartoni dove vengono disegnate le sagome in cui si infilano gli aghi che servono a guida nella elaborazione dei pizzi a tombolo e i distinti tipi di *bolillos(it.:fuselli)* che tengono i fili. Il museo espone anche una gran collezione di panni, tovagliati, biancherie, merletti o copriletti fatti mediante questo metodo il tutto arricchito con dell'antiche fotografie del borgo e la storia delle addette a questa arte, c'è una leggenda che la buona gente di Camariñas aiutò i superstiti d'una nave italiana che naufragiò sulla sua costa e tra quelli ci fu una signora italiana che in riconoscenza insegnó alle paesane l'arte del tombolo.
Il museo si trova al centro del villaggio di Camariñas dove ha inoltre la sua sede il *centro di ricerca* mirato all'adattamento delle vecchie tecniche e disegni a nuove applicazioni tanto nell'industria tessile quanto alla moda. Oggi il museo contribuisce alla promozione internazionale del ricamo al tombolo attraverso non solo degli atelier dove s'insegnano alle nuove generazioni a preservarne, ma allestisce anche la famosa *mostra do encaixe* che ogni anno alla settimana santa è visitata da numerosi turisti e dalla gente della moda per mostraci con le sfilate modelle che indossano i loro vestiti e complementi disegnati.

martedì 22 gennaio 2008

Una devota asta...


La settimana scorsa, il 19 gennaio appunto, è stato celebrato la sagra in onore di Sant'Antonio abate patrono dei macellai, dei panierai, dei contadini e degli allevatori e come protettore degli animali domestici, tanto da essere solitamente raffigurato con accanto un maiale.
Tradizionalmente la Chiesa benedice gli animali e le stalle ponendoli sotto la protezione del santo.
Però nella parrocchia A modia del comune di Cambados si festeggia d'un altro modo a quello consueto, quì i fedeli elargiscono degli animali vivi e dei prodotti alimentari come galli, galline, paperi, conigli, vino, cuccioli di cane, e gli zampini di maiale e dopo di esserne benedetti sono messi in asta per così pagare le spese della festa, compreso la banda degli zampognari, i fuocchi d'artifici, ecc; Anzi qualcuno approffita l'occazione da rilanciare di più per gli zampini perché sono l'ingrediente essenziale oltre le patate lesse con la pelle(gz.:Cachelos) e chorizo, della *Laconada (Lacon con grelos)* piatto tipico galiziano assaggiato sopratutto a Carnavale; Il *Lacon con grelos* è tra lo Zampone di Modena e il Cotechino con le verze.

domenica 20 gennaio 2008

Il Ponte degli Albert@

Il comune di Ribadumia ha una parrochia chiamata Ponte Arnelas dove c'è un antico ponte romano ancora oggi transitabile che gli abitanti del borgo lo chiamano *Ponte dei padrini* ovvero *Il ponte degli Albert@* che valica il fiume Umia ed accanto a lui tutti i 29 giulio si celebra la sagra religiosa a Santa Marta, ma perchè questo nome, forse venga da riti o credenze pagane quasi tutte riferenti alla fertilità femmenile, vediamo:

Il battesimo
Quando una donna, ovviamente sposata, voleva avere un figlio andava lì con i suoi portando con sè un cestino con del cibo da cenare, si fermavano al capoponte e ci attendevano a che arrivasse qualcuno per fare il sciaquaiolo; Quello poverino uomo appena capitato doveva battezzare la moglie versandole l'acqua sul capo, la pancia e anche un po' sulla scollatura. Poi cenavano tutti insieme compreso il poverino, ma ancora non basta, perché quando nascesse il rampollo doveva chiamarsi Alberto o Alberta e il poverino ancora una volta doveva fare il padrino al battesimo del neonato.

Il Padrino
Anticamente sul ponte aveva una croce(gz.:cruceiro); I familiari della moglie che voleva avere figli custodivano i capiponte perché quei l'attraversase doveva essere partecipe del festeggiamento.
Il padrino già scelto ci arrivava da solo, prendeva una conchiglia con acqua e bagnava il petto della moglie che guardava la croce lassù e dicendo *il signore protegga la vostra famiglia*, poi mangiavano tutti quanti dovendo la moglie procurare di non lasciare alibi alcuno della scorpacciata con l'aiuto del fiume. Palesemente questi riti non si fanno mai, perché c'era molta furberia e anche fame, per lo più venivano centinaia di *invitati*

Il Battesimo prenatale
Per quelle donne che avevano avuto un aborto si faceva un'altro rito: Ancora una volta di più si custodiva il ponte a mezzanotte d'un giorno prima di partorire, allora il primo che, come al solito, varcasse il ponte sarebbe stato il padrino di Alberto o Berta.

P.S.: Non è molto difficile neanche bisogna guardare il censimento del comune per sapere qual c'è il nome più comune.

martedì 18 dicembre 2007

L'usanze a Natale nel Comune di Vilagarcia

Fino alla mettà del secolo scorso c'era un'abitudine tra i ragazzi del mio paese di portare con sè o meglior detto d'indossare una collana di castagne infilzate fatta dai loro il giorno di Gesù Bambino, durante tutto il giorno i bimbi giravano per il paese piluccandola fino a svuotarla, se ne vantavano e si sfidavano per vedere chi la portava più grossa; Lo scopo di questa tradizione non lo so forse sarà meglio chiederlo ai loro genitori?. Ah! mi dimenticavo le castagne erano sbucciate, cioè non erano ricci di castagna.

Ho ricercato sul www se in Italia fosse qualche tradizione a riguardo e ho estratto due voce:

  • La collana di castagne e mele. Diffusa in diverse zone di Italia, come sull’isola della Maddalena in Sardegna, questa tradizione prevedeva che per fabbricare la collana dovessero cercarsi i frutti bussando alle porte delle abitazioni (il giorno prima dei Morti) chiedendo un contributo "pe’ l’anima dei morti", ma i bambini dovevamo indossarla col divieto di mangiarla, altrimenti avremmo fatto "male ai morti". Poi finita la processione toglievamo le corone pesanti e potevamo mangiare le castagne


  • Nelle sagre e fiere, sia in città sia nei dintorni, le famose castagne di Albiano erano messe nelle ‘sfilze’ prima di venderle e venivano preparate in due modi. Si cuocevano al forno (dopo averle tagliate per evitare che il calore le facesse scoppiare e poi infilzate con un punteruolo e unite con un filo di canapa) oppure si affumicavano sotto la cappa del focolare (e infilzate con un ago in modo da bucare solo la buccia altrimenti non essendo cotte si guastavano subito). Le ‘sfilze’ contavano quaranta castagne. Venivano essiccate e, poco prima della fiera, messe a mollo per alcuni giorni. L’ultima operazione era una bollita veloce.

mercoledì 12 dicembre 2007

Le Castagne salate


Ahi! quelli tempi, ancora ci si ricorda il cartoccio di catagne a 0,60€ , oggi invece è troppo salato!

La castagna da secoli è un cibo prelibato non solo tra i Galeziani, in questi momenti natalizi la si può mangiare dappertutto.

Anticamente la castagna era quello come oggi è la patata nella nostra cucina odierna, formava parte dei più svariati piatti come: cotte all'anice, nella zuppa, con il latte bollente, con il pesce, con la polenta, ecc. in somma si trovavano in un ampio ricettario.

Oggi, però le ritroviamo preparate sopratutto: cotte all'anice o arrostite nelle popolari sagre della Castagna conosciute tra noi come "Magosto".

Di solito per poter arrostirle bisogna prima farle un piccolo taglio ad ognuna perché la sua carne cuocia bene, poi tenderle sulle braci o metterle su una padella con dei buchi o meglio ancora su un vassoio al forno.

Noi e anche al nord di Portogallo, una volta arrostite le castagne, invece le diamo un tocco finale: è un lavoro un po' pesante, ma il risultato sono delle nutritive e deliziose castagne salate; Le castagne arrosto si stende sopra un panno e si cosparge varie manciate di sale grosso finchè il tutto sia coperto poi si arrotola il panno con l'arrosto dentro; Si avvolve di nuovo il catoccio con un'altro panno di lino o di sacco per evitare che se ne raffredda e dopo dieci o dodici minuti disfate il fagotto e cominciate a mangire le amarognole castagne.